DECIMO-MANNU [Decimomannu]
terra della Sardegna,
gia capoluogo della curatoria del suo nome, ed or
compresa nel distretto di Ussana della provincia di
Cagliari.
Giace sulla pianura Dòrida alla confluenza de’ due
rivi provenienti dalle montagne di levante, e non lungi
dalla sponda sinistra del Caralita. Dista due grosse
miglie da Assemini, uno da Villaspeciosa, due e mezzo
da Decimo-putzu. Del suo clima, e dell’aria è stato
detto nell’art. Decimo curatoria.
Si numerano circa 400 case. Le strade di pochissima
regolarità e mondezza nell’inverno, come accade
in tutti i villaggi del piano.
Popolazione. Era nel 1835 di anime 1094 in famiglie
370; e queste negli anni prossimi solean produrre
40, e perder 26. Le frequenti malattie sono il dolor
laterale, la idropisia, ed epilessia. Celabravansi per
anno matrimoni 10.
Professioni. Erano nell’indicato tempo agricoltori
250; pastori 35; artigiani 30. Le femmine lavoravano di
lino e lana in su 300 telai. Avvi di notabile in questo villaggio
la fabbricazione di terraglie grossolane, a che danno
opera circa 70 persone. È qualche pregio nel lavoro,
e sarebbe maggiore quando meglio si conoscesse l’arte.
Di cotali manofatti è grandissimo smercio per tutto
il Campidano e nella stessa Capitale, dove si ha sempre
un gran deposito, e dove ne portano sempre grandissimi
carichi, per la solennità della Vergine del Carmine.
Scuola elementare. Vi è stabilita, e suole essere frequentata
da una ventina di fanciulli.
Parrocchia di Decimo. È sottoposta all’arcivescovo
di Cagliari. La chiesa principale si appella da s. Antonio abbate, e si governa da un Vicario con la cooperazione
di un altro prete.
Sono due chiese figliali; e di esse una sotto l’invocazione
di s. Maria; l’altra della martire sarda s. Greca.
Questa era celeberrima tra i sardi per la religione
dappertutto vigente verso la santa, e fu, dove sur un’altra
antichissima con lo stesso nome, edificata a maggior
capacità in più bel disegno, e ben adornata per la
sua cospicua quantità de’ doni e voti, con cui i fedeli
testavano il sentimento di loro gratitudine alla gran
patrona. Fu allora che scavavasi a piantarne le fondamenta,
che venne fatto di trovare il venerabil sepolcro
della medesima: questa invenzione infiammò via
più la pietà de’ devoti, e fece splendere la di lei gloria.
Questa patì alcun poco ne’ tempi prossimi, quando,
introdottosi da non so quali frati il culto di s. Daniele
martire, fu grandissimo numero di gente rivolto alla
devozione del medesimo. Accade quindi, che, diminuito
maravigliosamente il concorso, mancassero
molte parti al solito antico gran cumulo di offerte in
denari, in lavori d’oro e d’argento, in cera lavorata, e
bestiame; tutta la qual somma confessano coloro che
la riceveano aver valuto bene spesso li mille scudi.
Le feste principali de’ decimesi sono tre, una per
lo titolare, e due per s. Greca, ricorrendo la prima addì
primo maggio, la seconda nell’ultima domenica di
settembre, ambe di molta celebrità, e liete per li soliti
divertimenti e per lo spettacolo della corsa de’ barberi.
È pure qualche frequenza per la Vergine d’Itria nella
terza feria di Pentecoste, e per s.Vito, in una ed altra
delle quali si corre il palio.
Rimarcherò certa sorta di singolare ornamento
della chiesa parrocchiale per la solennità del titolare;
ed è in questo che in moltissime corde infrascate appendonsi
non meno di 4000 ostie da messa variamente
colorate e frammezzate di melarancie e limoni. Nella
qual guisa è pure adornata certa gran corona, che
devesi appendere presso l’altare. Sopra la qual consuetudine
è una certa superstizione; conciossiachè sia
cagione di gran terrore, come fosse una empiissima
ingiuria al santo, alcuna negligenza.
In Decimo furono già due monisteri di camaldolesi,
dove poi restarono sole le chiese di s. Nicolò, e di
s. Pietro. Il giudice cagliaritano Arzone, già prima del
1089, siccome prova il Mattei, avea fondato il monistero
di s. Georgio, e di s. Genesio ai cassinesi, che certamente
fu il primaziale dell’ordine nella tetrarchia cagliaritana.
Agricoltura. Non è assai vasta la estensione del territorio decimese; ma in vero è assai grande la sua feracità.
Si suol seminare starelli di grano 1200; d’orzo 300;
di fave 40; di legumi 50; di lino 40. La fruttificazione generalmente è a tanto,
che sia ben soddisfatto alle fatiche. Le piante ed erbe ortensi si
coltivano con molto frutto.
Le vigne sono poche, e i prodotti di poca bontà, nè
la quantità sopravanza le 10 mila quartare.
Di piante fruttifere avvene circa 6000 tra mandorli,
susini, peschi, peri, ficaie, olivi. Il clima sarebbe ancora molto accomodato
agli agrumi.
Chiusi. Sono non pochi, e i più destinati alla cultura
dei cereali.
Pastorizia. Il bestiame de’ decimesi consiste in buoi
500; vacche 300; pecore 1200; capre 400; cavalli 170;
porci 180; giumenti 400. Il formaggio lodasi di qualche
bontà.
Selvaggiume. Null’altra specie è considerevole dopo
i conigli, generazione infesta alle fatiche e speranze
di molti coloni.
Acque. Traversano questa terra due rivi ed un fiume:
di questi il minore, il quale qui dicono Rio-Concias,
move dal Giarrèi; l’altro, che ha l’appellativo di
Flumineddu, comincia dalla curatoria di Seurgus.
Ambo si raccogliono in un alveo a pochi passi dalle
case sotto la chiesa di s. Greca, dove è un ponte forte
sì bene, ma di grosse forme; e donde scorrono a Bauarena
per crescer di se il Caralita. Su questo, che è il
fiume maggiore della gran valle meridionale, è un
ponte molto nobile per li suoi tredici archi; opera
quadrata, però barbara che accusa un’altra antichità,
e pare costruzione di materiali di edifizii d’altro genere.
La lunghezza è di metri circa 160, che però per la
continuazione de’ parapetti, e lo protendimento delle
due estremità, pare disteso ad altri m. 360. Dalla
incuria e negligenza a ripararlo esso già patisce e non
poco in alcune parti, temesi sarà fra non molto fuori
d’uso con lungo impedimento al commercio, e pericolo
alla vita di coloro, cui alcuna necessità spinga a
passare da una in altra sponda. Siccome di essere tredici
feci dieci sono ostrutte; però quando per grandi
pioggie cresca il volume dell’acque; e sia la piena più
che possa smaltire il libero sfogo, esse si sollevano, si
riversano dall’una e dall’altra parte, e cagionano inondazioni
di gran nocumento ai seminati. Il letto perchè
in vari luoghi rialzato a porvi i nassai, è divenuto così
angusto che non possa contenere un aumento moderato
in tempi piovosi, e quindi parte del fiume devesi
dalla parte destra scaricare in un canale, che dicono
la gora di Uta, il cui guado non è sempre senza pericolo.
Un consimile emissario è alla parte sinistra, onde
pure è danno ai colti. Le rive di questo e de’ minori
fiumi sono in pochi siti amene per li pioppi, salici,
faggi, ecc.
Pesca. In tempo di grosse pioggie si prende nei
nassai del Caralita gran quantità di anguille. Vi guizzano
le trote, e di primavera anche le saboghe.
Antichità. Vestigie dell’acquidotto cagliaritano in
Decimo e sue terre.
In continuazione ai considerevoli vestigi, che son
veduti nel territorio del Maso, se si vada per la via, che
dicono di s. Andrea, a Decimo apparisce nel dorso
della medesima il fondo dell’acquidotto, e puossi in
essa facilmente riconoscere la larghezza dello speco e
lo spessore delle pareti. Questa osservazione, si può
fare nell’indicata via sin da tre miglia dal villaggio. Più
d’appresso a soli tre quarti di miglio nella direzione
fra sirocco e quarta antecedente potrai tra i poderi
vedere altri notabilissimi avanzi di costruzione, che
pajono non interrotti procedere lunghesso la estremità
meridionale del villaggio; e infatti in alcuni orti e rasente
un muro laterale della chiesa di s. Greca, è chiarissima
la linea della costruzione proseguente ancora
nell’istesso senso. Nella prossima valletta de’ due fiumicelli
l’acquidotto sosprendevasi sopra piloni alti non
meno di metri 5; dalla quale dopo circa due quinti di
miglio ricompariscono le vestigie consimili paralellamente
alla strada di Villaspeciosa in diversi massi di
costruzione; il quale interrompimento pare da distruzione studiosa per materiali a fabbricare il ponte dei
due rivi suddescritti e fabbricati a 50 passi sotto la linea
del condotto. La direzione di questa osservasi poi a
circa tre quarti di miglio dal villaggio declinare in un
angolo assai ottuso contro al ponente. A mezzo miglio
sopra il ponte de’ tredici archi l’acquidotto trapassava
il Caralita, ed è indicato con certezza il punto
d’intersezione da un pilone alla sponda. Quindi per
entro il territorio di Villaspeciosa rivedesi il procedimento
della linea.
Reliquie riferibili al medio evo. Presso alla chiesa
di s. Greca sono ancora le reliquie di due chiese, che
la tradizione ne dice già servite dai Benedittini. Il tempo
cancellò molte altre belle memorie; ma si ha un
buon fondamento a giudicare che Decimo quando
fioriva il giudicato caralense, fosse una delle principali
terre della provincia; da che in essa e vediamo fatta
la prima fondazione dell’ordine cassinese, e da una
carta di concessione all’arcivescovo di Cagliari apprendiamo
avervi spesso risieduto i giudici, e dobbiam
riconoscere di quei tempi il ponte de’tredici archi, che
per quella età era certamente magnifico.
Notizie storiche. Nel 1323 l’armata pisana destinata
a sostener Iglesias, essendo questa caduta in poter
degli aragonesi, fu dalle sponde della Maddalena ove
era stata messa a terra, dal suo capitano Manfredi condotta
a Decimo e quivi rinforzata dai soccorsi di molti
signori sardi amici del comune pisano. L’Infante D.
Alfonso non volendo aspettarli sotto le mura di Cagliari,
marciò sopra Decimo. Le due parti nemiche
vennero al cozzo fra Decimo e il Maso nel sito di Bausisterri
(Luco-cisterna dello Zurita), dove irreparabilmente
cadde la fortuna della repubblica.
Nell’anno 1353 accesasi guerra tra Arborea ed Aragona,
i capitani di Mariano si portaron sopra Decimo.
Eravi a comandar le genti del Re il conte Gerardo Donoratico
insieme con Berengario Carroz; e comechè
avesse giurato di conservare il luogo raccomandatogli
nientedimeno per secreta intelligenza col giudice,
quando vide avvicinarsi gli arboresi, nè consentì che
i decimesi prendessero le arme per difendersi, nè volle
mettersi in salvo. Ritrovandosi poscia tra gli Arboresi
siccome prigioniero di guerra, manifestò ancor più
chiaramente sua perfidia studiando di trarre molti
primieri e potenti uomini della provincia nella parte
del Giudice. Non godè alcun frutto del suo delitto;
imperocchè morì pochi giorni dopo che fu manomesso;
anzi dal re D. Pietro fu fatto processare; e nel general
parlamento della nazione celebrato in Cagliari,
il suo nome disonorato con la infamia de’ rei di lesa
maestà, e i suoi eredi privati delle fortune che erano
state nei medesimi rimesse.
Signoria di Decimo. Di qual feudo sia parte questa
terra fu detto nell’articolo Decimo curatoria. È poi opra
vana dire di quanto questi vassalli sian tenuti al proprio
barone.