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Nelle campagne di Decimo sono stati rinvenuti in vari
periodi, anche recenti, reperti archeologici di vario tipo anche se
spesso di scarsa importanza; importante è rilevare la presenza dei
resti di un acquedotto romano, di cui però rimangono, appunto, poche
tracce come resti di arcate e di piloni di sostegno, che, giacevano
sparsi per la campagna, lungo il suo antico percorso.
Resti diarcate si trovavano inoltre, fino ai primi anni ‘70 presso il
Rio Flumineddu e qualche traccia spuntava ancora dal terreno sul lato
sinistro della Chiesa di S. Greca.
Di notevole interesse è la presenza di un ponte romano attraversato dal
Rio Mannu, in località Bingia Manna, a sinistra della SS. 131,
all’altezza dell’odierno ponte.
Di questa antica costruzione, originariamente formata da 13 arcate,
edificata in conci calcarei squadrati, oggi rimangono in piedi
appena tre arcate; su una di esse è visibile quello che presumibilmente
doveva essere un sarcofago di tufo calcareo, incastonato nella struttura
della costruzione. La misura complessiva di quanto ancora rimane è di m. 36,40.
Secondo il Can. Spano, ai suoi tempi il ponte romano di Decimo, era assai più
bello di quello di Portotorres che insieme a quello di S. Antioco e di
Gavoi erano gli unici ancora in piedi in Sardegna.
Anche il Fara ricorda il ponte romano di Decimo, formato da 13 arcate sul Rio
Mannu “pons maximus terdecim fornicibus connexus”
(Un grande ponte, formato da tredici arcate).
I resti di un altro ponte romano ma assai più semplice in quanto consiste
in un’unica arcata, si trova sul Rio Concias,
in località “Spainadroxiu”, esso è denominato dagli anziani “Su
ponti de su tiaulu” che presenta un’arcata di m. 6,50, larga m.
2,50.
Di un certo interesse è anche
la chiesa parrocchiale, edificata nel cinquecento e intitolata a S.
Antonio Abate, il patrono di Decimo; l’architettura interna presenta
delle linee tardogotiche ma molti elementi sono stati
manomessi da restauri e aggiunte eseguiti in periodi successivi.
Qualche elemento della struttura originale, tuttavia, si è conservato:
il portale, in stile lombardo, l’abside, e alcune cappelle interne.
Il campanile, in origine più basso di quello attuale fu
sopraelevato in tempi successivi. Nel 1815 fu collocato sul
campanile un orologio; dono fatto alla popolazione
da un ricco nobiluomo decimese: Don Antioco Marroccu; purtroppo,
nella realizzazione non fu rispettata l’architettura generale della
chiesa che, anche ad opera di restauri
successivi, fu rimaneggiata anche nella facciata, forse per cercare di
conferire alla costruzione uno stile più “moderno”.
Il finestrone della facciata anteriore, in origine di forma rettangolare,
fu modificato nella forma attuale, circolare.
La parte superiore, da diritta fu trasformata in “spiovente”.
Anche l’interno fu abbondantemente modificato in periodi successivi.
Le decorazioni pittoriche delle cappelle laterali, rovinate dall’umido,
furono imbiancate o intonacate;
l’altare maggiore, le balaustre ed il pulpito, che in origine erano in
legno dorato, furono demoliti e ricostruiti interamente in marmo
policromo.
Di un certo rilievo nella chiesa parrocchiale è da ricordare la pila per
l’acqua santa, del XVI° secolo, ricavata da un unico blocco di marmo
bianco, che reca lungo il bordo un’iscrizione in lingua spagnola in
cui si legge il nome Del Val, arcivescovo di Cagliari alla fine del 1500.
Alla periferia del paese sorge l’importante santuario dedicato a Santa
Greca, che in origine non era altro che una cappella, dedicata alla
Santa, annessa ad un monastero di monache benedettine. Nel sec. IX,
della chiesetta non restavano che delle rovine e fu ricostruita
intorno al 1500 per ordine di Mons. Parragues, Arcivescovo di
Cagliari. Altri documenti del XVI° secolo, custoditi nella Biblioteca
Comunale di Cagliari nominano la chiesa di S. Greca in Decimo Manno.
Nel 1777 il già citato nobiluomo Don Antioco Marroccu, che fu, in quel
tempo, anche amministratore dei beni del santuario, fece restaurare
completamente la chiesa, apportandovi anche delle modifiche; il tetto che
in precedenza era costruito con tavole di legno, fu ricostruito con
struttura a volta e nel 1792 lo stesso
benefattore fece edificare in marmo policromo l’altare ed il pulpito
che si possono ammirare attualmente, inoltre dotò la chiesa di
un organo a canne che si trovava situato nel retro dell’altare.
Degli elementi architettonici della chiesa primitiva è rimasta soltanto
l’abside, situata in fondo all’attuale.
Nel 1928 fu demolito il caratteristico campanile
a due vele accostate e fu costruita l’attuale torre campanaria.
Nel 1933 la chiesa fu però di nuovo rima-neggiata, specialmente nella
facciata, fra l’altro, fu demolita la caratteristica “Lolla”,
che troviamo anche in altre antiche chiese sarde rustiche.
Il motivo, per cui “Sa Lolla” fu demolita, per ordine del Parroco del
tempo, D. Maxia, lo troviamo nel Libro Storico della Parrocchia a p.83,
come citato dal Parrocco Don Raimondo Podda nella sua interessante
pubblicazione su S. Greca: “...perchè
troppo grande e toglieva la vista alla facciata, pericolante causa la
sua vetustà, soggetta a continua devastazione da parte di piccoli e
grandi per aquiaparvi uccelli, ricovero di mendicanti, di passeggeri e
di bestie tutto l’anno; luogo scelto dalle donne scostumate
specialmente di Cagliari per commettere ogni sorta di turpitudini con
giovani e coniugati...”
L’interno del tempio, le cui pareti sono tappezzate da ex voto, è semplice e
severo, riceve luce da una piccola cupola nelle cui lunette sono
raffigurati gli episodi più importanti del martirio della Santa. Questi
dipinti, di autore ignoto, vengono citati anche dal Can. Spano, a
proposito delle quali, però, da intenditore d’arte qual era, non le
trovò di suo gradimento, infatti, commenta che si trattava di opere
“eseguite senza criterio e senza gusto”.
L’altare maggiore, è sovrastato da
una nicchia con il simulacro della titolare che reca nelle mani i
simboli della fede e del martirio, cioè una palma d’argento ed il
Vangelo.
Sotto l’altare si trova uno scurolo che, secondo la tradizione sarebbe
stato il carcere nel quale la santa fu rinchiusa per ordine di Flaviano:
verosimilmente invece è quanto ancora rimane della “cella
memoriae”, cioè della tomba in cui fu deposta dopo il martirio.
In questo luogo fu infatti trovata la lapide originaria che la riguarda.
Questo loculo scavato nella roccia dura, misura m. 1.77 di lunghezza, m.
0.60 di larghezza e m. 0.50 di altezza ed è sormontato da un arcosolio.
Nel muro di fronte si trovava un affresco molto antico che rappresentava
la Santa giacente con le braccia incrociate sul petto. Sia l’arcosolio
che l’affresco erano opere del ‘600 e forse, furono eseguiti dopo il
ritrovamento delle reliquie.
La chiesetta originaria è da identificarsi molto probabilmente nella
cosidetta “cripta” che fu la prima capella adibita al culto di S.
Greca e che fu ricavata, secondo alcuni studiosi, da un tempietto pagano
preesistente dedicato a qualche divinità
delle acque. Sulla cripta, in seguito fu edificata una chiesetta che
occupava un’area pari alla metà circa di quella attuale; in pratica,
sino alle due cappelle, attualmente esistenti. Quella a sinistra
dedicata a S. Greca, indica il luogo dove fu rinvenuta la tomba della
martire.
Il Fara, che scriveva nel 1550, ricorda
a Decimo altre due chiese: S. Nicolò e San
Leonardo (oggi scomparse), ma non fa cenno alla chiesa di Santa Greca.
Il motivo di questa “svista”, sarebbe da ricercarsi
nel fatto che in quel tempo la chiesa dedicata a Santa Greca
doveva essere sicuramente in rovina con il monastero
annesso, per cui di
essa restava ben poco; oppure, come altri hanno ipotizzato, la chiesa di
Santa Greca fu ignorata dal Fara perchè, in quel tempo, essendo
incorporata nella chiesa di San Nicolò, che sorgeva appunto nell’area
retrostante l’attuale santuario, non era visibile
dall’esterno.
La chiesa di San Leonardo, alla quale era annesso un ospedale per lebbrosi,
sorgeva non lungi dal passaggio a livello delle FF.SS.,sulla strada
nazionale per Iglesias.
Tanto la chiesa di San Nicolò che quella di San Leonardo furono edificate
utilizzando il materiale proveniente dai resti di antichi edifici romani
e, lo scrittore e teologo Dionigi Bonfant ricorda nella sua opera “Triunphe
de lo Santos desta isla de Cerdena” che ai suoi tempi (prima metà
del 1600) le due chiese erano ancora in piedi ed erano ornate di marmi
finissimi (“de jaspes y finos marmoles adornados”).
Dalla chiesa di San Leonardo, ormai in rovina, nel 1826, furono portate nella
cattedrale di Cagliari delle colonne di marmo. Dalla chiesa di San Nicolò,
proviene, invece, la colonnina marmorea che attualmente sostiene il
pulpito della chiesa parrocchiale di Sant’Antonio Abate.
Altri documenti del passato
citano a Decimo altre chiese oggi scomparse. In un questionario inviato
nel 1778 al Vicario Capitolare Mons. Corongiu il parroco di Decimo
Salvatore Martis nomina le chiese di S. Leonardo, S. Nicolò, S. Giorgio
e S. Pietro, apostolo oltre a quella di S. Antonio Abate e S. Greca,
inoltre si cita la chiesa di S. Giacomo e dell’Assunta, quest’ultima
ancora in piedi nel 1805.
Altre chiese di Decimo, andate distrutte, e di cui oggi non resta alcuna
traccia se non in qualche antico documento, sono:
San Vito, che probabilmente si trovava nell’omonima zona di Decimo
compresa tra la vecchia Stazione FF.SS. e la via Stazione e che esisteva
ancora nel 1848.
S. Maria de su templu, che potrebbe essere identificata con S. Maria di
Gippi, fondata dai Vittorini di Marsiglia al principio dell’anno 1000
insieme a quelle di S. Giacomo e di S. Giorgio, quest’ultima, secondo
alcuni sarebbe da identificarsi con la chiesa ancora esistente di S.
Giorgio di Decimoputzu; in tal caso a quelle già citate, si dovrebbe
aggiungere anche la chiesa di S.
Platano di Villa Speciosa che anticamente era compresa nel territorio di
Decimo ed apparteneva alla sua curatoria. Questa chiesa esisteva già
prima del 1000, infatti lo stesso Pontefice romano Vittore II°, ne
esortò la ricostruzione. Ricostruzione che fu realizzata dai Monaci
Benedettini di S. Vittore di Marsiglia. Di notevole c’è da dire che
la chiesa di S. Platano di Villa Speciosa è uno dei pochi esemplari di
chiesa a due navate esistenti in Sardegna, insieme alle chiese di S.
Efisio a Nora, S. Lorenzo a Cagliari e S. Maria in Sibiola a Serdiana ed
è l’unica chiesa dell’Occidente dedicata a
San Platano. Platano fu fratello di
Antioco, altro santo venerato in Sardegna; il suo culto è stato
importato dall’Oriente Bizantino in epoche assai remote.
Altre chiese situate nell’area di Decimo, oggi scomparse sono:
S. Marco e S. Lucia.
Tra le antichità presenti a Decimo, anche se, in verità con la storia del
paese non ha nulla a che vedere; se non altro per curiosità,
ricordiamo, l’esistenza, in un fondo privato, del sarcofago in pietra
di Donna Violante Carroz.
Per svelare l’apparente
mistero della presenza del sarcofago della nobildonna spagnola nel paese
di Decimo, è necessario raccontare in breve la sua storia.
Donna Violante, figlia di Giacomo Carroz, Vicerè di Sardegna e contessa di
Quirra è rimasta famosa particolarmente per la sua vita piuttosto
movimentata; di carattere impulsivo, in lei sembravano coesistere bontà
e cattiveria. Nel 1508 fu processata e
condannata per aver progettato col suo amante Erigi di Zeppara,
l’uccisione del suo Cappellano, Don Giovanni Castangia, impiccandolo
ad un balcone del suo palazzo di Ales.
I motivi di questo gesto sono rimasti ignoti.
Donna Violante, dopo varie suppliche e peripezie, riuscì ad ottenere dal Re
di Spagna la remissione della pena. Si racconta, infatti,
che la nobildonna si pentì del suo delitto che cercò di espiare
in tutti i modi, specialmente facendo molte donazioni a comunità
religiose; fra l’altro, finanziò il restauro della cattedrale di Ales.
Nella “Guida della Città e dintorni di Cagliari” - ed. Timon - 1861, lo
Spano racconta che essa visse per il resto dei suoi giorni
in una stanzetta situata nel chiostro di S. Francesco di Stampace
in Cagliari dove morì nel 1510. Per rispettare la sua volontà, fu
sepolta in un sarcofago di pietra, opera di un anonimo scultore sardo e
collocato all’interno della chiesa. La chiesa ed il convento però,
nei secoli successivi, caddero in rovina, sia per l’incuria della
cittadinanza che per gli scarsi mezzi di cui disponevano i pochissimi
frati che vi dimoravano. A dare il colpo di grazia, si aggiunsero anche
cause naturali: un fulmine, nel 1871, fece crollare il campanile ed un
violento nubifragio qualche anno dopo devastò definitivamente la
chiesa.
Lo Stato, in seguito, mise in
vendita le aree con quanto in esse contenuto. Fra gli acquirenti vi fu
la famiglia Cao-Pinna che si trovò proprietaria anche del sarcofago di
Donna Violante che fu trasportato a Decimo. Fino agli anni ’60,
purtroppo, il sarcofago rimase abbandonato nel cortile di una casa
privata, adibito ad abbeveratoio di animali.
L’attuale proprietario Dott. Salvatore Bellisai, intelligente e appassionato
intenditore, ha restaurato il sarcofago, riportandolo allo stato
originario e mettendolo a disposizione delle autorità competenti per
una più adeguata sistemazione.
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