Carattere A A A
testata Home
  HOMEPAGE

COMUNE TRASPARENZA AMMINISTRATIVA CITTA' E CULTURA SANTA GRECA GALLERIA FOTOGRAFICA VIVERE A DECIMOMANNU SPAZIO AZIENDE LOCALI SERVIZI VARIE

Servizio Tributi
Settore Tecnico
Progetto Tradizione e Identità
Consulta dello Sport
Ufìtzìu lingua sarda
Santa Greca 2012
Calcolo IMU on line
CALCOLO ICI ON LINE per Ravvedimento 2011
Albo Pretorio
Operazione Trasparenza
Guida alle Associazioni
Elenco Associazioni
SUAP
Origini di Decimomannu

Paese situato sulla feconda pianura del Campidano a circa 10 metri di altitudine sul livello del mare. Dista dal capoluogo sardo circa 17 km., ebbe il suo nome in epoca romana per la sua distanza 10 miglia romane dalla colonna aurea della città di Cagliari (decimo ab Urbe lapide). 

La superficie complessiva del territorio comunale è di 2.805 e la sua popolazione è di circa 6.500 abitanti.

Ha una natura geologica non dissimile da quella dei paesi confinanti, presenta cioè la stratificazione alluvionale del quaternario che è tanto comune nel Campidano di Cagliari.

Per Decimo, al tempo di Roma, passava la via che da Caralis conduceva a Sulcis.

Decimo, che vide passare i primi treni il 1° maggio 1871 (Inaugurazione del primo tronco ferrovia sarda Cagliari-Villasor) è anche nodo ferroviario e vi passano tutti i treni delle ferrovie statali che conducono da Cagliari verso l Nord dell'Isola (Sassari, Porto Torres, Olbia) e da Cagliari a Iglesias e Carbonia.

Oltre alle chiese di S.Antonio Abate e di S.Greca, presso quest'ultima vi erano i ruderi di due chiese, officiate un tempo - secondo una tradizione - da monaci benedettini, che le chiese filiali erano due e cioè S.Maria e S.Greca. Inoltre l'Angius ricorda anche le chiese di S.Nicolò e di San Pietro, presso le quali sorgevano un tempo due monasteri, poi segnala ruderi di “acquidotto cagliaritano” e di un ponte romano di 13 archi (trovansi a sud dei nuovi ponti per Iglesias-Carbonia).

Da una carta di concessione di un Arcivescovo (l'Angius non ne cita purtroppo i dati) si viene a sapere che Decimomannufu, per molto tempo, luogo di gradito soggiorno dei giudici di Cagliari.

Nel medioevo v'erano nella zona non meno di 12 popolazioni, di cui alcune sono “cadute” (il giogo del Castello di Gioiosa Guardia, Foixili, Sirvi, Siponti, un'altra Uta...) e cinque sono “superstiti” (Decimomannu, S.Sperate, Siliqua, Villaspeciosa, Uta).

Vi sono 2 fiumi chiamati “Mannu”: uno che passa sotto il nuovo ponte tra Sanluri e Serrenti e si dirige verso Samassi, Serramanna, zona di Decimo e infine al mare; l'altro proveniente dalla zona di Donori e che attraversa le zone di Ussana e Monastir giunge nella zona di Decimo, anzi ne tocca la periferia, passando sotto i nuovi ponti della strada e della ferrovia.

Le acque sorgive nella zona sono poche; i pozzi hanno in genere acqua poco buona.

L'ardore del clima è moderato dai venti marini, la pioggia è poca, frequenti le nebbie, l'aria autunnale è insalubre.

Decimo era una delle ville più dotate di beni e più avanzate nell'agricoltura e nell'allevamento del bestiame, una quindi delle più tassate (Anno 1259-60).

Decimo ha con Cagliari e molti paesi del Campidano una certa storia comune da raccontare: subì le stesse dominazioni straniere, soffrì per le stesse grandi pestilenze, fu vittima delle stesse generali crisi economiche e, data la vicinanza di Cagliari, non potè non sentire, in una certa sua misura, il clima politico e spirituale che, nei vari tempi si stabiliva o mutava nella capitale. Possiamo far risalire tutta la storia di Decimo dalla fine dell'Impero di Diocleziano, cioè dai primi anni del IV secolo, per la presenza documentata del culto di S.Greca.

Da i documenti abbiamo capito che il culto di S.Greca era stato ed era vivo a Decimo, nel sec. XIV, dal momento che il nome della Santa era anche divenuto il titolo di un monastero.

Se dai dati sicuri passiamo all'incerto e vogliamo credere allo Spano, che nell'epigrafe su lapide, trovata nel secolo IV o V, allora potremmo veramente parlare di un culto che si forma dopo la morte della santa e che percorre i secoli fino a noi e che potremmo anche parlare di un cristianesimo già ben radicato in Decimo verso la fine del 3° secolo, dal momento che esso poteva esprimere anche martiri.

Il paese appartenne al Giudicato di Cagliari e in esso fu capoluogo della Curatoria omonima.

Dell'oscuro periodo bizantino della storia sarda Decimo non offre documenti o monumenti, che sono invece rilevanti nel vicino paese di Assemini.

Dopo il primo loro insediamento in Sardegna verso il 1089 i Vittorini, cioè i benedettini di S.Vitttore di Marsiglia, ottennero la chiesa cagliaritana di S.Saturno con le sue pertinenze, terreni cioè ed otto chiese dipendenti, tra le quali la chiesa di S.Giorgio in agro di Decimo e la chiesa di S.Platano che allora si considerava in agro di Decimo e oggi fa parte del comune di Villaspeciosa.

La presenza dei Vittorini nella zona certamente contribuì a una migliore conduzione dei lavori agricoli e a diffondere, sia pure entro certi limiti, un po' d'istruzione. E' ciò che i benedettini facevano ovunque si stabilivano.

Foiso Fois in “Una nota su tre chiese vittorine del Cagliaritano” inserita in “Archivio Storico Sardo” (vol.XXIX-Padova-CEDAM-1964-Pagine 282-283-184) avanza l'ipotesi che la chiesa vittorina di S.Giorgio indicata in agro di Decimo sia in realtà la chiesa omonima, che si trova ancor oggi a Decimoputzu.

Abbiamo notizie incerte circa l'esistenza di altri due antichi monasteri presso le chiese di S.Pietro (presso la stazione) e di S.Nicola, costruiti al di là del fiume, con materiale romano e con molte colonne. Appartennero ai camaldolesi? C'è chi lo afferma e chi lo nega. Anzi qualcuno pensa si tratti di un solo monastero.

Vengono ricordate poi le chiese di S.Giacomo e dell'Assunta. Quest'ultima, in campagna, fu visitata nel 1805 dal Can. Gaetano Porcu, delegato dell'Arcivescovo Card. Cadello. La chiesa di S.Vito viene nominata nell'ordine dato dall'Arcivescovo Mons. Navoni nel 1822 di occupare e chiudere il piazzale della chiesa parrocchiale, a spese dell'azienda di S.Greca, non essendovi più sepolture disponibili nel cimitero e nella chiesa di S.Vito. Questa chiesa, con il nome di S.Maria, è indicata nel Vol.55 della Cancelleria della Curia Arcivescovile. Nel 1848 esisteva ancora, perché ad essa fa riferimento un decreto dell'Arcivescovo Marongiu Nurra datato 27 febbraio di quell'anno. Oggi è scomparso pressoché ricordo di tali chiese, sono rimaste solamente 2 chiese: quella di S.Antonio (chiesa parrocchiale) e quella di S.Greca.

Segnaliamo anche una chiesa dedicata a S.Leonardo, alla quale appartenne la colonna che ora serve di base al pulpito della chiesa parrocchiale di S. Antonio Abate.

Il nome di Decimo (rettoria o parrocchia) compare per 6 volte nei registri delle colletorie del Vaticano e una volta in particolare per la chiesa di S.Greca (1341-1350).

Nel 1353 Decimo passa agli Arborea.

Nel 1436 Decimo va a far parte della Viscontea di Sanluri, creata e data da Martino d'Aragona a Giovanni De Sena.

Nel 1519 Decimo, sotto gli spagnoli, passa alla baronia di Monastir, concessa in feudo ai Bellit.

Nel 1839 il feudo viene riscattato agli ultimi feudatari i Bon Crespi di Valdura.

Al dominio di Bisanzio, nei primi secoli del nostro millennio, era succeduto l'unico tipo di governo con il quale i sardi abbiano realizzato, in età storica, l'indipendenza politica. Questo governo vedeva divisa l'isola in 4 regni o giudicati tra loro autonomi i quali, contrariamente a quanto sino a ora ritenuto, non sono stati il risultato di una improvvisa, felice intuizione, ma la conseguenza di un processo la cui impostazione originaria dovrebbe risalire almeno all'età romana. Ciò lo attesta il suo nome stesso, lo conferma tutto ciò che di romano è rimasto o è stato trovato: ponti, in parte conservati (di questo ne parleremo più avanti), embrici di fabbricazione locale, tombe e sarcofagi, monili di vetro, vasetti, ecc.

Il fatto poi che per Decimo passava la via sulcitana, da Cagliari a Sulcis, certamente favorì lo sviluppo di questa “mansio” romana.

A Decimo fiorì, già in epoca romana, quell'arte figulina che rese celebre il paese attraverso i secoli e che oggi però è molto ridotta.

Si pensa, considerate la qualità dei numerosi reperti, che vi fossero nella zona diverse fabbriche di oggetti di terracotta e soprattutto di embrici, non pochi dei quali sono giunti a noi con il loro bollo di fabbrica, in particolare quelli larghi, usati per le sepolture e che “sembrano fatti espressamente per quell'uso”.

Il bollo è tondo, avente in mezzo un globo, ed attorno EX FIGLINIS AVID. IOVI. (Tratto da Cfr. Giovanni Spano- “Bolli figulini di Decimo” in Bullettino archeologico sardo-N.5-Anno VIII-Maggio 1862-pag.78).

Il Cav. Giovanni Diana, proprietario di terreni in agro decimese, ebbe la fortuna di trovare in località Bingias beccias, tra Decimo e Villaspeciosa, un rudere di muro laterizio romano e la parte anteriore di un sarcofago con una scultura rappresentante un centauro e il rapimento di una donna. Lo Spano, che ne fu informato, ne diede pubblica notizia nel suo “Bullettino Archeologico Sardo” (Giugno 1861-A.VII-Pagine 93-94) annotando: “Questa villa romana era ricca di sarcofagi”.

Un anno dopo, nel 1862, lo Spano poteva descrivere nel suo “Bullettino Archeologico Sardo” (N.5-anno VIII-maggio 1862-pag.79) alcuni oggetti, a lui mandati dal citato Cav. Diana, trovati nello stesso luogo del sarcofago, di cui si è parlato: “un monile di svariati globi di vetro... da una sepoltura ivi scoperta... varietà di colori del vetro, simile a quello che si scopre in Tharros... curiose poi due pedine di pietra dura azzurrognola...”.

Di antichità varie e di un sarcofago baccellato parla poi lo Spano in “Sarcofago di antichità di Decimo” inserito nel B.A.S. (V-1859-pp.12-16; 40-55) recensito da Antonio Taramelli in “Bibliografia romano-sardo” (Roma-Ist. di studi romani editore-1939-pag.41).

Rimanendo nel tema delle tombe e dei sarcofagi, ricordiamo che a Decimo fu portata alla luce negli ultimi anni 1879-80 anche una necropoli punica, scoperta durante i lavori di ampliamento della stazione ferroviaria. A poco più di un metro dal suolo coltivabile furono trovate urne ossuarie in terracotta, piene di ossa combuste, e tombe di cadaveri incombusti, costituite da lastroni in tufo arenoso di 2 metri circa di lunghezza per 0,50 di larghezza e 0,10 di spessore, disposti in modo da formare una cassa.

Alcune però di queste tombe erano state coperte con embrici, che avevano ceduto per il peso della terra sovrastante.

Fu trovato anche un piccolo sarcofago con misure interne di 0,67 per 0,42, contenente ossicini, probabilmente di bimbo. La necropoli è da ritenersi punica, perché in molte tombe furono trovate monete puniche in bronzo di conio globulare, aventi impressa la testa di Astarte da una parte, e dall'altra la protome di cavallo, come anche delle stoviglie finissime, a vernice nera, aventi forme “svelte e gentili”.

Tornando al tema della romanità di Decimo, nel luogo occupato dalla chiesa di S.Niccolò fu trovato nel 1867 un grosso cippo con la seguente epigrafe funeraria pagana:

D. M. (=Deis Manibus)
FORTUNATA
VIXIT ANN. LX
CECILIA
FILIA B. F.

Il Giudicato di Cagliari occupava il tratto meridionale della Sardegna.

A capo di ogni giudicato vi era un re (in sardo su judike) , che aveva responsabilità militare e civile del rispettivo Paese.

Al Giudice spettava il potere di legiferare, insieme alla corona de logu (un'assemblea formata dai rappresentanti degli abitanti, allora chiamati “ville”, esistenti in ogni giudicato).

L'applicazione delle decisioni prese avveniva da parte di ufficiali regi detti curatores che avevano la funzione di governare, a nome del giudice, quella sessantina di distretti territoriali minori, che dal loro titolo, venivano appunto chiamati “curatorie”, nei quali erano stati divisi, dal punto di vista amministrativo, i territori dei quattro regni.

I Giudicati Sardi, nella parlata locale, erano detti logus, ossia luogo. Solo dopo tanti anni, si è affermato l'uso del termine “paese”, attribuito a interi complessi statali.

Nel 1392 Eleonora d'Arborea intitola, la nota raccolta di leggi destinate a regolamentare il comportamento dei sardi sino alla emanazione del Codice di Carlo Felice: questa raccolta, infatti, non fu intitolata alle genti cui era rivolta, ma venne chiamata “Charta de Logu” fissando così, innanzitutto, l'area in cui doveva trovare rispetto e obbedienza.

Poi si ebbe l'istituzione delle curatorie e le fonti attestano i nominativi di 60 curatorie, tra cui quello di Decimo, appartenete al Giudicato di Cagliari.

Per mezzo di una scissione di un più alto numero di curatorie, dovuta alla propensione discreta per l'agricoltura, il Giudicato di Cagliari ne ebbe 17, che era il più vasto e, inoltre alcune curatorie ebbero una vita breve. (Preso dal paragrafo de “I nomi regionali giudicali: le curatorie” dell'Enciclopedia “LA SARDEGNA ENCICLOPEDIA, LA GEOGRAFIA, LA STORIA E LA LETTERATURA” I° VOLUME di Manlio Brigaglia).

La perfezione del sistema amministrativo raggiunto in Sardegna nell'età giudicale subì una rottura, con la denominazione aragonese quando l'isola fu smembrata in un notevole numero di feudi, da piccolissimi (un solo centro abitato o addirittura mezzo abitato) a molti vasti (il feudo della famiglia dei Carroz comprendeva l'area di diverse curatorie). Quindi venuto a mancare il sostegno del governo, i nomi che le identificavano sono caduti in disuso. Tra i pochi che sopravvivono tuttora vi è quello di Barbagia, che costituisce tutta la parte montuosa della Sardegna centrale.

Anche Decimo è rimasto tale. (Preso dal paragrafo de “La rottura aragonese” dell'Enciclopedia “LA SARDEGNA ENCICLOPEDIA, LA GEOGRAFIA, LA STORIA E LA LETTERATURA “I° VOLUME di Manlio Brigaglia).

Il regno o Giudicato di Calari (900 c. 1258) era diviso in 16 poi 17 “curadorìas o partes” (circoscrizioni o province). Tra queste vi era la curatoria di Decimo con capoluogo anch'essa la “villa” omonima, era formata da 20 paesi compresi negli attuali comuni di Assemini, Decimomannu, Elmas, San Sperate, Uta e Villaspeciosa. Il regno di Calari aveva una archidiocesi e tre diocesi suffraganee da cui dipendevano tutte le parrocchie.

Decimo apparteneva all'archidiocesi di Calari e aveva la sede a Sant'Igia. La strada principale del regno di Calari era sicuramente quella che partendo dalla capitale S.Igia arriva a Decimo e da lì si diramava a sud verso Capoterra per aggirare lo stagno di Santa Gilla ed arrivare a Sarroch, Nora, Teulada e agli altri paesi del Sulcis; a ovest per raggiungere Siliqua, Domusnovas ed i paesi del Cixerri; a est per arrivare -Via Monastir- a Senorbì, Suelli e alla Barbagia di Seulo e all'Ogliastra a nord per passare da Villasor, Serramanna e Samassi lungo il rio Manno fino a Sanluri ed oltre il confine dello Stato.

Con la colonizzazione dei Vittorini di Marsiglia (erano dei benedettini ricchi e potenti indefessi agricoltori, esperti salinieri che nel 965 avevano restaurato a Marsiglia, nella Francia meridionale, l'antico monastero fondato da S.Cassiano nel V secolo sulla presunta tomba del martire S.Vittore) molto amici di Papa Gregorio VII di cui godevano della protezione della Santa Sede il quale li aveva aiutati ad ottenere dal “Giudice” Orzocco-Torchitorio I di Calari le chiese di S.Giorgio e di S.Genesio in agro di Decimo e Uta per fondarvi un monastero. Al termine del regno di Calari dopo circa 358 anni il territorio venne diviso in tre parti nominali ma in 4 effettive. Decimo insieme alle curatorie di Cixerri, Sulcis e Nora fu assegnato a Gherardo e a Ugolino della Gherardesca conti di Donoratico, non si sa se per conto proprio o in nome del Giudice di Torres Enzo Hohenstanfem di Svevia in quel momento prigioniero dei Bolognesi.

inizio pagina




Elezioni 2013
Wireless
Richiesta Wi-Fi
PLUS Area Ovest
I.T.C.G. Mattei
Carta Giovani
Sat 24


Accessibilità del sito

Valid XHTML 1.0 Transitional Valid CSS!
 

Costituzione Italiana Governo Italiano Unione Europea Regione Sardegna Provincia di Cagliari Gazzetta Ufficiale Servizi dell'Amministrazione digitale Comuni Italiani